“Una buona volontà non basta”: con Volontar-IO si formano i volontari del futuro
Prima a Palermo, dopo a Catania. Il Progetto Volontar-IO dedica, nel suo svolgimento, particolare attenzione anche alla formazione. In modo che le attività svolte dai volontari nei centri di sostegno a migranti e rifugiati possano essere consapevoli, mirate e quindi utili allo scopo di rendere effettiva la giustizia sociale sul territorio in cui viviamo tutti. L’affluenza di pubblico, la vivacità dei tavoli tematici e l’impegno profuso dai formatori danno fiducia che qualcosa nell’ambito del volontariato catanese stia finalmente cambiando.
Di questo abbiamo parlato con uno dei formatori del corso sul “Nuovo sistema del diritto di asilo europeo”, il Presidente del Centro Astalli di Catania, l’avvocato Riccardo Campochiaro
Il progetto Volontar-IO mette al centro la formazione. Perché avete ritenuto fondamentale investire su questo aspetto e quali competenze volete trasmettere ai partecipanti?
Il progetto Volontar-io mette al centro la formazione perché dopo anni di attività sul territorio ci siamo resi conto che una buona volontà è fondamentale e necessaria ma non è sufficiente perché insieme alla buona volontà serve anche avere degli strumenti che vengono forniti appunto tramite la formazione per poter fare bene il bene. Per questo è importante trasmettere una serie di competenze di merito, quindi fornire le informazioni che possano magari non risolvere i problemi tecnici, ma capire chi abbiamo davanti e quali esigenze presumibilmente la persona straniera che abbiamo davanti ha; anche capire quali sono i possibili approcci sia nei confronti della persona da un punto di vista diciamo empatico sia anche qual è l’atteggiamento più corretto per sè stessi da avere nei confronti delle persone che si vuole aiutare.
In che modo la formazione può aiutare associazioni e volontari a rispondere meglio alle nuove sfide sociali e ai bisogni dei territori, in particolare sui temi delle migrazioni?
In particolare il tema dell’immigrazione è un tema molto spesso oggetto dimisunderstanding , oggetto di falsi miti se non di fake news e quindi è importante che si dia un’informazione quanto più precisa e specifica e altamente specializzata in modo tale da avere delle informazioni dirette e non mediate tramite i media o tramite altri canali di informazione e questo lo si può fare solo tramite una formazione fatta da personale specializzato e rivolta a volontari che abbiano voglia di apprendere. Anche perché, soprattutto nei prossimi anni -che vedono l’irrigidirsi delle norme sull’immigrazione – è fondamentale che anche i volontari che sono sul territorio abbiano delle competenze specifiche. Ripeto non che debbano fare tutti gli avvocati ma avere contezza di quello che è il bisogno “legale” della persona e quindi comunque della sua posizione amministrativa in Italia, questo può essere un’arma in più.
Uno degli obiettivi del progetto sembra essere anche la costruzione di reti tra realtà diverse. Quanto conta creare momenti formativi condivisi tra associazioni, operatori e cittadini?
Per quanto concerne le reti, anche qui in anni di volontariato ci si è resi conto che una realtà non può fare nulla da sola e una realtà può coprire solo un aspetto della marginalità o delle problematiche che si pongono davanti ai migranti, perché ci sono alcune realtà che hanno approcci più collaborazionisti con le istituzioni, altre che hanno approcci un po’ più rigidi, ma tutte sono servono lo stesso principio, quello di giustizia sociale, e quindi è importante che queste realtà tra di loro collaborino. Ovviamente questo al di là del fatto che anche tra le diverse realtà con i diversi propositi ci sono in ogni caso diversi modi di aiutare le persone e quindi diversi servizi offerti dalla prima alla seconda accoglienza, servizi di prima e seconda necessità e quindi solo attraverso momenti condivisi si riesce a creare una sinergia ed una energia a livello territoriale anche per evitare di duplicare, come succede in alcuni contesti, dei servizi e renderli non effettivamente utili, al contrario proprio per far sì che ogni realtà poi possa sviluppare delle specifiche competenze degli specifici settori ed essere d’aiuto e sviluppare competenze superiori proprio in certi ambiti. Ovviamente è fondamentale che queste realtà vengano conosciute dai cittadini oltre che dai migranti.
Quale cambiamento concreto vi augurate di vedere nei giovani e nei volontari che prenderanno parte al percorso formativo promosso dai partner del progetto?
Io credo che questo progetto abbia una specificità propria e nella mia esperienza, da 18 anni in questo campo, vedo che si investe in maniera sistematica proprio sul volontariato, che è ovviamente l’investimento più di lungo raggio e anche più forse meno evidente nell’immediato però è invece quello più solido perché si investe sulla motivazione della persona. Intanto perché solo quando le persone si avvicinano al volontariato capiscono che c’è un mondo dietro alla loro volontà, un mondo che le può sostenere, le può aiutare da un punto di vista non solo formativo ma anche psicologico, perché sappiamo bene che il volontario, se fa il volontario col cuore come si suol dire, è chiaramente portato poi al burnout o altre situazioni che col tempo possono un po’ distoglierlo da quello che è la sua volontà iniziale. Quindi quello che noi ci auguriamo è che il progetto attiri i giovani che nel tempo possano avere un approccio sano al volontariato, un volontariato che non esaurisca le energie della persona ma che anzi le moltiplichi; secondariamente noi vorremmo avere un approccio integrato all’interno della città: quindi il volontario deve sapere che per il suo pezzetto sta facendo quello che serve nella sua realtà ma deve sapere anche quello che nel territorio, in questo caso catenese, siciliano, le altre associazioni offrono proprio per poter eventualmente essere sussidiario o essere integrativo di quella mancanza.